La progettazione come espressione culturale - Sara Bardelli Graphics
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La progettazione come espressione culturale

A Genova crolla rovinosamente un viadotto autostradale, travolgendo la vita di tante persone e stravolgendo quella di moltissime altre. Immediatamente, sui social, si assiste all’espressione degli aspetti più neri della natura umana. Di “certi” umani, almeno. Perché mentre da un lato c’è chi scava, chi soffre, chi lavora a testa bassa, dall’altro c’è chi crea bufale ad arte per screditare l’una o l’altra classe politica, sfruttando il dramma del momento per uno scopo bieco: manipolare l’opinione pubblica. Questo imbarbarimento, questo continuo urlarsi addosso, questo ridurre la vita e la società a scontri frontali, a suon di proclami e fake news è l’ennesimo sintomo di una piaga che ci affligge da tempo: la mancanza di progettualità a lungo termine. Non siamo (più) capaci di progettare il nostro futuro, né tanto meno quello dei nostri figli. Ci attacchiamo come cozze al presente e basta: domani magari ce la potremo cavare in qualche altro modo, chissà, improvviseremo. Abbiamo perso la visione del futuro e il contatto con la realtà: se succede una disgrazia la prima idea che viene a qualcuno è quella di fare un video, non di chiamare i soccorsi. Se succede qualcosa, i bufalari professionisti si affrettano a mettere in giro la foto acchiappaclick di turno, per screditare la fazione politica avversa e, soprattutto, per portare soldi al proprio portafogli con gli ennemila click generati. Se non è una tuffa questa, non saprei come altro chiamarla. Una truffa che va a braccetto con tutta una serie di atteggiamenti culturali e sociali privi di prospettiva, come la corruzione ad esempio. Il corrotto intasca soldi per mangiare oggi, forse domani. Se ne frega di fare bene il suo lavoro: preferisce mangiare oggi che essere ricordato domani per il suo buon operato.
Ogni volta che succede una catastrofe, che sia un terremoto, un crollo improvviso o altro, ci ricordiamo a vicenda che dovremmo fare manutenzione, che dovremmo innovare le infrastrutture, che dovremmo consolidare sistematicamente i centri storici. Che potremmo investire sulla prevenzione anziché sui rattoppi post-emergenza, che in questo modo si creerebbe lavoro per tutti per decenni, anzi probabilmente per sempre. Ad ogni disgrazia torniamo a dire sempre le stesse cose, senza mai riuscire a farle. Passano gli anni, si succedono i governi uno dopo l’altro eppure nulla, assolutamente nulla viene fatto in questa direzione. E invece la progettazione dovrebbe essere l’espressione culturale più alta di una società che si comporta come un insieme, di una società che abbia a mente (e a cuore) la responsabilità delle proprie azioni e le conseguenze delle stesse. La visione a lungo termine è indispensabile per stare bene oggi e stare meglio domani. E permettere ai nostri figli, dopodomani, di stare ancora meglio.
Invece qualcosa si è interrotto, non so come e non so quando. E prima ancora di pretendere di avere un’espressione culturale occorrerà lavorare sul farsela, una cultura. È evidente che internet abbia una certa responsabilità in questo: in positivo e in negativo. Il lato positivo è la disponibilità e velocità di diffusione delle informazioni. Il lato negativo è che circolano altrettanto velocemente anche le mostruosità e le falsità diffuse da personaggi che modellano le menti più fragili, se ne fanno beffa, le masticano e le sputano senza che queste se ne rendano conto, contribuendo a fomentare odio e angoscia.
Il vaso di Pandora delle negatività umane è scoperchiato, e c’è chi tenta di naturalizzarlo.
Rifiuto con forza tutto questo.
Torniamo a pensare in lungo, in largo.
Torniamo a progettare.

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